Certo, questo è un argomento che non piacerà a molti. Ma alla fine della nostra vita qualcuno lo dovrà affrontare.

La domanda che mi sono posto recentemente e che mi ha lasciato senza parole è proprio questa. La nostra vita è limitata ma non lo sono i dati. Quello che abbiamo lasciato sul tablet, sul cellulare, sul PC a chi appartengono dopo la nostra morte?

I tuoi dati a chi appartengono dopo morto?

Gli eredi che diritto hanno di poter accedere ai dati, magari protetti da password, che riguardano l’esistenza in vita del defunto?

Spesso i telefoni sono inaccessibili agli estranei, protetti da password o da impronte, e si deve necessariamente procedere con mezzi alternativi per recuperare tutti i dati. Le informazioni di norma sono necessarie agli eredi perché contengono credenziali di accesso bancarie, fatture, pagamenti, disposizioni, dati personali, ma anche fotografie ricordo di famiglia. Dalle bollette agli abbonamenti, dai contratti alle iscrizioni, è tutto sempre meno su carta. Chiudere questi rapporti, o anche solo scoprirne l’esistenza, diventa sempre più difficile, perché in giro per casa non ci sono lettere o bollette cartacee nelle quali imbattersi.

C’è poi la questione degli account sui social network: se non si hanno le loro password, non è possibile accedervi, nemmeno per comunicare il lutto o per chiuderli. E se si hanno le password ma non si ha il PIN di sblocco dello smartphone, non si possono ricevere neanche i codici di verifica di questi account.

E anche molti segreti!

Con l’accesso forzato potrebbero venire alla luce “altarini” tenuti ben nascosti che danneggerebbero la reputazione del defunto. Magari coinvolgendo altre persone ancora in vita, per esempio una possibile amante, rendendo la vita dei parenti più triste e dolorosa di quella che non sia già. Scoprire che un proprio parente non era quello che sembrava è sempre una situazione imbarazzante e fastidiosa, oltre che dolorosa. Soprattutto se certe informazioni venissero diffuse.

E se da una parte la tecnologia rende sempre più difficile scavalcare le protezioni di questi dispositivi, dall’altra c’è un fatto legale sorprendente, che probabilmente toglierà il sonno a molti e riporterà in vita i defunti: i morti non hanno privacy!

La privacy è solo per i vivi!

Come recuperare i dati

È importante fermare subito le ipotesi un po’ morbose sul prendere le impronte dalle dita della salma o usare il riconoscimento facciale: non funzionano. Molti sensori d’impronta moderni, per esempio, rilevano la conduttività elettrica dei polpastrelli, che cambia dopo la morte, mentre il riconoscimento facciale richiede che gli occhi siano aperti e il viso non abbia subìto i mutamenti fisiologici inevitabili del decesso.

Dal punto di vista tecnico, a volte è possibile aggirare tutte queste protezioni. Gli smartphone meno recenti hanno delle falle di protezione dei dati per cui è possibile scavalcare il PIN o reimpostarlo con opportuni comandi o con software facilmente reperibile. Gli specialisti delle forze di polizia sono dotati di apparati appositi, come quelli fabbricati dalla Cellebrite, che sbloccano praticamente ogni smartphone esistente, ma vengono usati solo in circostanze molto particolari, per esempio se ci sono aspetti non chiari nel decesso o se c’è un procedimento legale in corso, e normalmente non sono disponibili al pubblico.
In situazioni come queste, però, oltre all’aspetto tecnico c’è anche quello legale. Ammesso di riuscire a scoprire o scavalcare il PIN di uno smartphone, è lecito dare ai familiari o agli eredi pieno accesso alle informazioni di una persona deceduta? Molte persone tengono sul proprio smartphone pensieri personali e immagini intime che probabilmente non desiderano condividere con i propri figli o genitori.

La risposta è inequivocabile: una volta decedute, le persone non sono più persone, dal punto di vista legale, e quindi con poche eccezioni non hanno più diritti personali, compreso quello alla riservatezza. I dati dei defunti non sono più privati.

Ma non tutto è lecito

Si tratta di un principio diffuso in molti ordinamenti giuridici. Ma questo non vuol dire che eredi e familiari possano rivolgersi disinvoltamente a informatici per scardinare le protezioni di computer, tablet e smartphone e accedere a tutti i dati presenti o addirittura renderli pubblici. Ereditare materialmente un dispositivo digitale, infatti, non significa automaticamente ereditare pieno accesso ai dati contenuti nel dispositivo
La ragione è semplice. È quasi inevitabile che quei dati riguardino anche le persone viventi con le quali il deceduto ha intrattenuto comunicazioni: i loro indirizzi e numeri di telefono, delle fotografie e dei video che li ritraggono, i loro messaggi confidenziali, i segreti professionali e altro ancora. Queste comunicazioni vengono considerate corrispondenza, e quindi sono tutelate legalmente in tutti i paesi dell’Unione Europea e anche in molti paesi di diritto anglosassone.

Pertanto, superato il grave periodo di lutto, non fatevi prendere dalla fretta di hackerare il telefono del defunto. Potreste andare incontro a problemi di natura legale. Rivolgetevi alle autorità. Vi diranno come procedere e quali sono i vostri diritti sui dati contenuti nel cellulare.

Secondo il detto che “prevenire è meglio che curare” è consigliabile condividere i dati importanti (bancari, credenziali di accesso professionali, ecc) quando ancora in vita. Se poi il defunto non vorrà mettervi a conoscenza dei sui segreti, lasciatelo riposare in pace mantenendo vivo il buon ricordo che avevate.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Translate »